LA PROVINCIA PEDAGOGICA

Un viandante arruolato nella Provincia Pedagogica… tra i rinuncianti

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Una dimensione ambiguamente reale.
Pupazzi di stoffa tra oggetti
comuni:
una poltrona, un televisore,
l’interno di una valigia.
Le proiezioni mobili di minuscoli volti ovali
dicono,
tra gemiti e invocazioni,
la propria natura di fantocci inquietanti.

Sono stata a Kassel la settimana scorsa.
Vas
ti ambienti nudi e
t
otalizzanti;
grandi schermi variamente
articolati.
In definitiva:
una spazialità semplificata e incorporante
e un estremo bisogno di qualcuno
che rispecchi, in tempo reale,
azioni immaginarie. “

” Un’estensione dell’esperienza di sè. “
dissi

Sai, l’altra cosa è venuta a galla del tutto all’improvviso,
non si sa da dove nè come
e
molto fuggevolmente,
nel
la notte tra il 24 e il 25 Luglio
1959.
E’ venuta fuori d’un tratto,
nel bel mezzo di quel
da nessuna parte,
senza ragione apparente
e se ne è andata altrettanto rapidamente. “

” Esco a fumare “

C’erano delle stanze e si viveva là,
continuamente là.
C’era anche la mia stanza,
con un grande specchio,
dei pettini
e ogni genere di cose.
Oggetti di una sostanzialità altrettanto densa che nel mondo fisico.

Quello che ricordo meglio
è una televisione accesa:
senza audio.

THE GREETING

Una concentrazione schiacciante.
Gli occhi fissi,
inesorabili, senza vacillare,
senza un fremito:
diritti come una spada.

L’Enigma.

Ho passeggiato in molte costruzioni umane,
simboleggiate da edifici immensi… grandi… alti.
Ogni tanto qualcuno arrivava dicendo:
” Io ho la vera strada! “
E allora andavo con lui fino ad una porta spalancata,
attraverso la quale si vedeva un bel paesaggio,
ma, al momento di entrare,
la porta si chiudeva.

Di tutti quegli incontri,
uno soltanto mi portò vicino alla soglia.
Un uomo, dall’età indefinibile, mi stava mostrando
un dipinto raffigurante una donna seduta su delle rocce.
Io non capivo quale insegnamento si potesse trarne
e lui, guardandomi negli occhi, mi disse:
” Vedi quella bella donna? Lei è più vecchia delle rocce
sulle quali sta seduta “.

FLUXUS

Nessuno sa perchè, ma un viso, seguendo gli oscuri meandri del destino,
va a sbucare ora qui, ora là.
Come i campanili di Martinville salgono improvvisi
verso il cielo,
questi scendono a terra da un paesaggio diverso, da un
altrove sconosciuto.
Nel loro galleggiare sospeso tra lacerti di memoria,
aggrappati al loro sorriso di riserva, che poco più è pianto,
forzano il giorno transitando l’anima in senso vietato.

Visi come un senso risucchiato,
un’alterità irriducibile:
un’ermeneutica della reticenza
( e lo spazio tra quelle guance e quelle membra
è come l’aria leggera che attraversa
un roseto vivificandolo ).

Visi come eventi:
perennemente protesi sul vuoto
e che occupano già,
col loro accadere,
la loro stessa morte.
Visi come uno spirito convesso
in un tempo impuro.

In attesa che il campanile di Vieuxvicq,
ritardatario,
venga a raggiungerli e,
” con un’ardita giravolta, si ponga di fronte ad essi “.

The Veiling

” La maggior parte degli avvenimenti sono indicibili,
si compiono in uno spazio che mai parola ha
varcato “

L’io penso
è soltanto una seduzione del linguaggio
e la verità:
” un mobile esercito di metafore “

iámbē

Emerse dal mare alle prime ore del mattino,
aprì la bocca per assorbire la rugiada celeste, poi scomparve,
come il mercurio nelle mani del vecchio paralitico:
come la luna nella coda del drago.

A volte ci si incammina verso luoghi impercorribili simili a un vuoto doloroso,
mentre qualcuno sussurra:
narrare sottrae la morte al tempo “

In strada lo accolse una luce livida, elettrica.
Radi tratti di sereno si alternavano ad un cielo coperto di nubi scure e basse che correvano
e sembrava premessero sul paesaggio sottostante.
Colto da un  presentimento attraversò la strada e si diresse verso il marciapiede opposto,
dove ancora stazionava la vecchia donna seduta sulla sua cesta.
Le passò davanti senza guardarla e, ormai superatala, stava pensando di aver sbagliato, quando:
Ehi, figlio di qualcuna!
A quelle parole si voltò e tornò sui suoi passi, fermandosi di fronte a lei.
La donna aveva i gomiti poggiati sulle ginocchia divaricate e le mani congiunte.
Indossava una sorta di giacca da uomo dal colore indefinibile;
le maniche, troppo lunghe, le scendevano fin quasi alla punta delle dita e in testa aveva uno scialle di lana nero, a maglie molto rade.
Senza muoversi e alzando appena la testa, gli mostrò due occhi così chiari che sembrava non le appartenessero, come fossero stati incollati al viso.
Voglio raccontarti una storia ” gli disse e cominciò:

 Alle prime luci dell’alba, in una notte di luna piena, una conchiglia emerse dal mare,
aprì le sue valve e, fecondata dalla rugiada celeste, diede vita a una perla bellissima.
Era  pura e limpida come una lacrima.
Una sfera perfetta, che a fatica si era evoluta dagli
oscuri intrighi dell’acqua.
Nuda,  anteriore a ogni aspetto, aveva in sé  ogni metamorfosi, ogni esuberanza, ogni prestigio
e tutte le forme coesistevano in lei, al riparo del suo capriccio.
Il riflesso della ormai pallida luce della luna le apparteneva, così come erano suoi quei primi timidi raggi del sole.

Un uomo venne alla spiaggia e raggiunse la riva del mare.
La sua immagine, passando, si rifletté sulla pelle chiara di quella gemma, poi, lentamente, si dissolse e lei non lo vide più.
Né  giovane né vecchio, aveva il volto angosciato e la vista dell’acqua moltiplicò la sua pena,
come l’avesse privata dei suoi confini.
Lo sguardo smarrito, fissava così intensamente la superficie  che, a un tratto, gli sembrò che fosse il mare a guardare lui.
Ci sono momenti in cui il corpo si rifiuta di compiere il passo che la nostra volontà ha già alle spalle e, attardandosi, si difende ancora:
come ubbidendo a un’altra volontà.
‘ Sempre in ritardo! ’ pensò l’uomo,
mentre una smorfia gli attraversava il viso.
Stava per muoversi, quando un rumore improvviso lo costrinse a voltarsi.
Un gabbiano, silenzioso, era planato a pochi passi da lui.
Seguì l’animale con lo sguardo e, mentre questi si muoveva lentamente abbassando ogni tanto il capo a terra,
a un tratto si avvide di qualcosa che brillava sulla sabbia: era una conchiglia aperta, colpita dai primi raggi del sole.
Stava per chinarsi quando sentì una voce dietro di lui:
E’ molto bella vero? La chiamano Veneriae, è raro che navighi fino alla spiaggia.
Si voltò sorpreso e vide davanti a sé una fanciulla dai lunghi capelli biondi.
Chi sei? ” disse l’uomo.
Mi chiamo Margherita e sono venuta alla spiaggia per veder nascere il giorno.
Un abito candido e lungo fino ai piedi le donava un portamento regale
e l’ovale del viso appariva perfetto,
grazie anche a  un piccolo neo a forma di stella  sulla fronte, che ne determinava con precisione il centro.
Guarda! –  disse lei indicando qualcosa in terra – Sembra una corona! ”
Delle corde intrecciate e gettate sulla sabbia da qualcuno, forse un pescatore,
formavano in effetti una sorta di cilindro cavo, dal quale fuoriuscivano alcune estremità.
Come mi sta ? ” gli chiese la fanciulla indossandolo.
L’uomo non rispose e si limitò a guardarla.
‘ Che strana creatura! ʼ pensò
Sai, – riprese lei – oggi è il mio compleanno e mi piacerebbe avere una festa.
Io non ho molti amici, ti andrebbe di venire con me?
Ma prima debbo cambiarmi d’abito.

Così dicendo si avviò verso la pineta e l’uomo la seguì:
il suo corpo aveva infine compiuto quel passo.

La vecchia donna abbassò il capo e lui aspettò che riprendesse a parlare.
Infatti, dopo un istante:

 Quattordici bambole vengono bruciate alla sua festa,
i Daidala, e il suo vestito è composto di tre colori: bianco, rosso e nero.

Un filo di sangue travalicava la cornice della sua esistenza e l’uomo, credendo di salvarsi, precipitò dalla vita.

Pronunciò queste ultime frasi come una nenia, con un filo di voce e il capo chino,
come un bambino quando canticchia una filastrocca,
mentre lui guardava il suo viso e le due metà di una perla che ornavano i suoi orecchi.
Decise di andarsene:
non aveva detto una parola.
Aspetta, non andartene! – gli gridò dietro la vecchia – voglio darti una cosa: “
Così dicendo infilò la mano sotto la gonna e ne trasse un oggetto che mise nelle sue mani.
Lui, senza neanche guardarlo, lo mise in tasca e si avviò, per voltarsi dopo pochi passi, come costretto.
La donna, in piedi, sollevò la gonna sopra la vita e,
buttando il capo all’indietro
proruppe in una risata frenetica.

Il tramonto di un’anima genera figure sfuggenti,
fisionomie misteriose sempre sul punto di disfarsi.
Grumi di memoria, come oscure bolle,
salgono in superficie per poi esplodere in forme bizzarre e,
come in una fuga di specchi magici,
ogni cosa sembra rimandi ad un altrove, mentre la mente si allarga a dismisura
e il corpo si defila.

Quell’uomo aveva una speciale inclinazione
per le segrete corrispondenze tra ciò che è in natura e ciò che è nelle nostre passioni
e in lui, il mondo, lungi dal risolversi in ciò che gli stava di fronte,
assumeva l’aspetto di una materia brulicante, di una fitta rete di connessioni oscure,
come tenebre illuminate da lampi.

Dove gli altri vedevano solo cose,
i suoi sensi gli rivelavano
abissi.


DIE WAHRHEIT

” Se fosse possibile definirla altrimenti che attraverso la sua estraneità perfetta,
la sua natura di alterità irriducibile,
io la definirei un
consentire “


Una voce diversa, lontana dalla propria stessa voce,
si accorda a colui che parla
e sembra vi si compiaccia:
di una remissione che si risolve in una
febbre eterna.

 

Alle parole pazienti e salvatrici

La morte muove segretamente la poesia:
e la speranza.

Cerca l’immortalità nella presenza di un fiore,
in un gesto sospeso,
in una povertà decisiva,
poichè nella purezza di un cuore non è possibile
aggirare l’oscuro.

La porta era aperta, come sempre.
Entrai e la trovai che armeggiava in cucina.

Capiti giusto a proposito! “

Guardai quei lunghi capelli rosso-bruno,
che più tardi sarebbero diventati stranamente ambrati.

Ricordi la domanda che mi hai fatto l’ultima volta
a proposito dell’esistenza delle cose in sè? “

Sì, e ricordo anche il tuo silenzio. “

Già! – disse mostrandomi qualcosa avvolto in un panno -
Non potevo risponderti, perchè, è proprio
il caso di dirlo,
mi mancavano gli ingredienti. “
E sorrise come chi sta per farla grossa.

” Ora posso farlo molto meglio che con le parole. “

E dicendo questo trasse dal panno
una massa informe di pasta.

E’ una pasta per dolci. E ora gli strumenti adatti. “

Trasse da un cassetto degli stampini metallici e me li mostrò.

Ne ho di tutte le forme, guarda!
Questo perfettamente rotondo potremmo chiamarlo Scientifico!
Mentre questo, a forma di stella, Artistico!
Questo sembra abbia i petali di un fiore,
lo chiamerò: Naturale. “

Non riuscivo a capire, anche se avevo imparato che lei non parlava mai
senza un motivo ben preciso.
La mia attenzione era al massimo.

” Osserva bene cosa faccio ora. “

E, così dicendo, cominciò a premere lo stampino rotondo
sulla pasta,
traendone un piccolo dolce dalla rotondità perfetta.
Fu poi la volta dello stampino Artistico,
e anche qui lo stesso piccolo dolce, ma a forma di stella.

Ecco – disse soddisfatta – può bastare. Come vedi, possiamo
scegliere la forma che più ci piace.

Il mio sguardo era attratto, più che dai piccoli dolci, dai residui di pasta.
Se ne stavano lì come feriti a morte.
Un piccolo pezzo era rimasto isolato dal resto,
vittima del taglio.
C’era di che avere pietà di lui.

ora, riprese lei con gli occhi che le brillavano,
se li mettiamo in forno,
potremmo poi mangiarli.
E sarebbero senz’altro buoni e dell’esatto gusto che ci aspettiamo.
E, proprio per questo, noi li butteremo qui. “

E così dicendo li buttò nella spazzatura.

Mi guardò per vedere se avevo compreso e, visto che osservavo il suo stesso silenzio di allora,
trasse fuori del vino e due bicchieri.

Brindiamo! – disse – A tutti i palazzi di questo mondo,
per l’accoglienza che fanno alla notte;
all’ontologica tensione tra l’oscurità del nostro stato mortale e la tenace
volontà di indagarne il senso;
e infine a te, che vorresti cancellare la storia per la sollecitudine di un assoluto. “

Osservai ancora i suoi capelli, sotto il grande nastro a fiocco che li
imprigionava.
E la guardai prendere il panno
e distenderlo pietosamente sopra i resti di pasta per dolci.

Nella luce si coagula il mistero,
misura immutabile del tempo.

L’alam al mithal è lontano, inaccessibile alla ragione:
” ibrida disarmonia di pianta e spettro “

” A una poesia desiderata, di pioggia, d’attesa e di vento.
A uno spirito di veglia e alle teologie negative:
all’improbabile “

DISQUIETING IMAGERY

Sta come un marmo fisso, e pur considera lei che sen va
nè pensa di sue pene, fra sé lodando il dolce
andar celeste e ‘l ventilar della sua veste

E’ ancora notte.
Trasportato da una brezza immaginaria,
varco la soglia.
Nel sacro omphalos
la filigrana dei significati si allenta
e lascia emergere
allusioni a dimensioni più profonde,
segni di eventi non descritti,
preannuncio di accadimenti futuri.

Con passo lento e cadenzato,
il cappuccio calato sugli occhi,
mi dirigo verso la stele multimammia,
dove intorno si rende chiaro
l’imprecisato
punto lontano.

Ogni alba mi guarda,
ed è sempre nuova luce.
Io mantengo il suo segreto
e tra poco
i bambini le giocheranno intorno,
mentre una madre,
ignara e attenta,
poggerà sulla sua testa il braccio.

Le indirizzo un cenno
andando oltre,
ma è verso il suo stesso grembo che io dirigo i miei passi.
Lei mi sorride e sembra dire:
” ti aspetto alla fine del cerchio “.

Continuo a camminare, mentre la luce, inesorabile,
invade tutto.

Ed è il giusto tempo quando arrivo
al grande platano bianco
e alle spalle di lei,
intenta a bere alla fontana del sole.
La sua veste tiene stretto ancora qualche brandello di notte,
e lei, fiera,
trasforma il regno di ciò che scompare
in un luogo di luce.

Un tempo ti ho vista apparire
in altre vesti.
Col tuo incedere vivace e leggero correvi sul suolo,
o forse volavi:
antichità del modello e vitalità del gesto
erano insieme.
Mi spinsi a seguirti attraverso tutte le sfere,
come tu fossi un’alata Idea.
Ma, come la più bella farfalla che credevo di aver catturato,
rompesti il vetro e beffarda
te ne volasti via.

L’aggraziata, celeste ninfa,
mi si era avvicinata svelta e lietamente festosa
e, non appena l’amorosa
figura
cadde attraverso gli occhi
nel mio intimo,
la tenace memoria si ridestò
e scuotendo il cuore
vi penetrò,
presentandogli e offrendogli quell’immagine
che ne ha fatto
un luogo pieno di affanni,
una faretra stipata delle sue pungenti saette,
un intimo asilo
a custodia del suo dolce
simulacro.

DONO

Notte.
Le finestre come occhi chiusi e i fiori sui davanzali come ciglia abbassate:
metto in scena la sua ombra per seguire il suo sguardo.
Che si spegne come un vetro dipinto
all’imbrunire di una chiesa.

Aspetto:
ogni cosa deve restare immobile, come fosse irrimediabilmente sola.

Come foglie che cadono,
il suo respiro sul mio viso come ad appannare uno specchio
E la sua voce:
” Cosa differenzia un amore da un amore? “

” il dono ” rispondo alla sua bocca.

eine Schmerzmanäde

La sera cade sui visi consunti dall’allegria.

Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni,
Gli aranci dorati rilucono tra le foglie scure,
Una mite brezza spira dal cielo azzurro,
Il mirto immoto resta e alto si erge l’alloro,
La conosci tu forse?
Laggiù, laggiù
Con te, amore mio, io vorrei andare.

Conosci tu la casa? Il tetto riposa su alte colonne,
Risplende la sala, la stanza riluce,
E si ergono statue di marmo che mi guardano:
Che cosa ti hanno fatto povera bambina?
La conosci tu forse?
Laggiù, laggiù
Con te, mio difensore, io vorrei andare.

Conosci tu la montagna e il suo sentiero fra le nuvole ?
Il mulo cerca il suo cammino nella nebbia;
Nelle grotte vive la stirpe antica dei draghi;
Si sgretola la rupe e su di essa si chiudono i flutti,
La conosci tu, forse ?
Laggiù, laggiù
E’ il nostro cammino; andiamo, padre mio!


Lei mi porta in fondo e mostra: un volto bifronte, una statua di sale e una vecchia megera.
Ripenso a quando, travestita, scendeva le scale.
O quando, il corpo e la testa piegati all’indietro, danzava la sua gioia frenetica così simile ad un’eccitazione dolorosa, che permise a Bertoldo di trasformare la menade in una Maddalena piangente sotto la croce.
Poiché è certamente vero che gli estremi di passioni contrarie possono essere espressi dalla medesima azione.

Le sue labbra rosse e la capigliatura triste,
intrisa del sangue del suo caro amico,
coprivano il volto del vecchio arpista che intanto suonava piano.
Ora sul suo viso di tenebra
le visioni si affollano
e nel suo sguardo svuotato la storia si compie:

Sulle due colline del paese delle fate, si ferma quieta la rugiada.
Nel fremito incostante della brezza d’estate,
la fanciulla si distende e subito si assopisce.
Il fermaglio scivola dai suoi lunghi capelli e i lacci del suo corsetto rosa
si sciolgono sotto la cintura.
In quel ruscello magico, la corrente sembra addormentarsi
e a quella vista l’uomo si ferma indeciso,
turbato se andare,
anche se più sconveniente sarebbe restare.


Lo stesso deserto, la stessa notte, sempre gli occhi si destano
alla sua stella d’argento.
Ora scappa nella sua nuova veste: come fosse acqua,
come fosse tempo.

Cercava sempre di cancellare il rossetto dalle labbra
e,
nell’ingenuità del suo zelo,
credeva che il rossore prodotto dallo strofinio
fosse il rossetto più persistente.

La sua agonia non fu dissimile dalla pantomima di una danzatrice.

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