La Regina Fiorina partì alla ricerca del suo bel Re.
Giunta su una montagna scoscesa,
prodigiosamente alta,
si accorse stupefatta che un versante
era di avorio
e l’altro di vetro.
Tutta la vallata altro non era che un gigantesco
specchio di cristallo
e moltissime donne, lì intorno,
erano intente a rimirarsi con grande diletto.
Ciascuna vi si vedeva riflessa secondo il suo desiderio:
quella con i capelli rossi vi appariva bionda;
la vecchia appariva giovane
e la giovane ancor più giovane.
Accorrevano a specchiarsi da ogni parte del mondo
e certo non mancavano gli uomini
a rimirar quei simulacri.
Fiorina, turbata da tutta quella scena,
sulle prime voleva anche lei
specchiarsi ed apparir più bella,
poi,
socchiusi gli occhi,
mise una mano nella tasca
e ne trasse il suo uovo magico,
lo ruppe e da quello uscirono due colombe e un carro
che la condussero lontano,
verso il suo amato.
” Non voglio che lui mi veda lì riflessa. – disse a se stessa – Voglio che ami me e non un miraggio. “
I demoni, che recano con sè lo specchio convesso,
obbligano l’anima a farsi il ritratto.
Ripenso alle parole del vecchio Vimalakirti:
” tutte le cose sono uscite dall’immaginazione, come la luna nell’acqua e il riflesso nello specchio “
Lo osservo faccia a faccia, figura emessa da figura.
So che è un oggetto pericoloso,
gioca con la nostra anima e va usato con prudenza,
ma la prudenza, si sa:
Dalla vecchia finestrella dell’anima guardo fuori.
Un piccolo fiore mi tiene compagnia:
quasi fosse la traduzione del mio lato in ombra
o un pensiero sottostante.
Sono certo che le stesse domande lo agitano nel profondo.
Penso sarebbe bello poter incontrare la coscienza delle persone
così come si incontra un fiore
e che poi, guardandola e tenendola in mano,
essa si aprisse.
La finestrella: è così graziosa e delicata!
E semplice.
Mi dicono che nei bambini è quasi sempre aperta.
Poi ci si appiccicano sopra leggi,
precauzioni, ansietà, dottori di famiglia
e idee mortali.
Lo sguardo fisso orientato verso…
insieme al mio fiore di frangipane, lascio che tutto scivoli via:
anche il mobile esercito di metafore.
Qualcosa frena, tira indietro: poi si ritrae in un oscuro chiarore.
Qualcosa che ha tutta l’aria di una follia.
E’ il 29 Febbraio del 1956, anno bisestile, e io lascio cadere gli occhiali per vedere meglio.
Una bambina, lì fuori, gioca sul manto bianco e sembra figlia della neve, mentre
la donna,
accanto a me,
appoggia il suo disagio al fruscio di sottofondo
della musica.
Le ombre si mostrano dopo il tramonto, quando il fioco lume di una lucerna le suscita ai ruoli di una regia invariata.
Un uomo sveglia le sue marionette, dà loro voce e, nella penombra trafitta da suoni e risa, rivivono su un telo bianco gesta ed amori.
Un cuore che si inumidisce è come il silenzio della poesia, l’evanescente bordo di una nube, uno sguardo inghiottito dal vuoto;
il grido di un bambino dimenticato sulla spiaggia di nessun paese e la lacrima involontaria che gli attraversa il viso.
E’ una bambola appesa a un filo e un incanto sottile avvolge il suo corpo come una seconda pelle.
E’ la materia stessa dei crepuscoli, quando un refolo d’anima inquieto attraversa la pelle.
E’ l’amore vero che non meritammo, tornando a pescare in una scala di grigi.
Da lontano incalza l’eccesso ed io, indossata la mia vita migliore, do una mano di vernice alla mia faccia:
esco, rumino noia, poi, d’azzurro taciturno…
cado
Stava seduta su una poltroncina bassa, in legno di rosa, sotto il grande albero corallo.
Il profumo del mughetto di maggio, il suo preferito e che lei chiamava “ il potere della purezza ˮ, si spandeva ovunque.
Appariva stranamente diafana e la sua voce era molto cambiata. La si sarebbe detta sempre più la voce di una bambina: non avevo mai pensato potesse morire.
“ Sei uno strano uomo ‒ mi disse ‒ te ne stai davanti a quella piccola finestra e hai il mondo sulla punta delle dita: una geografia istantanea, la storia dappertutto… ˮ
Appariva bianca bianca. Si potevano vedere soprattutto i suoi occhi, che sembravano ora più grandi sotto il suo copricapo di mussola stretto intorno alla fronte.
“ Sei perennemente sdraiato su quel tavolo operatorio, ‒ continuò ‒ completamente nudo, e lasci che gli altri frughino dentro di te e a volte li esorti: ‘ guardate lì, al di sotto del cuore! No, non lì… più sotto!! ʼ
E quelli frugano, credendo di portare via qualcosa che li sfami, mentre sei tu, in realtà, che stai succhiando loro il sangue senza che se ne accorgano. Sei sempre stato così, sin da ragazzo. Anche allora pretendevi che tutto fosse esposto e che gli altri avessero la tua stessa forza nel rovistare tra la spazzatura della coscienza, tra i rifiuti dell’anima. Ricordo quando dicevi: ‘ ci vuole un cambiamento. La coscienza stessa deve fare un esercizio di allargamento ‒ o di schiarimento, non ricordo bene ‒ corrispondente, sul piano fisiologico, a quello che può essere l’accrescimento cerebrale che separa l’uomo del neolitico dall’uomo davanti al televisore. ʼ
Ricordavo, anche se di tempo ne era passato, ma ora la coscienza mi appariva quale lei, senza che io comprendessi, me l’aveva mostrata allora: un fiore dai mille petali colorati.
Il suo viso era così minuto e bianco. Una concentrazione quasi feroce nello sguardo: pensai che bisogna essere davvero intrepidi per sostenere quello sguardo.
“ Sai ‒ riprese ‒ io trovo la vita ancora bella ed esclamo con Goethe: ‹‹ Oltre le tombe, avanti! ›› ˮ
Il suo pensiero esuberante, limato fino alla trasparenza.
“ Un goccio di poesia? ˮ e cominciò a declamare:
A lungo ho scavato a fondo, In un orrore di melma e fango, Un solco per il canto d’un fiume d’oro Una dimora per un fuoco che non muore
Ho faticato, sofferto nella notte della materia Per portare il fuoco all’uomo Ma l’odio dell’inferno e il disprezzo degli uomini Sono il mio cibo da quando ha avuto inizio il mondo Mille e una sono le plaghe mie E i re titani m’assalgono
Và dove nessuno è andato, gridò una voce Scava più a fondo, più dentro ancora Fino all’inesorabile pietra in fondo E batti alla porta senza chiave…
Sceso per le cieche vie del corpo Fino ai misteri sotterranei
Son risalito al temibile cuore muto della terra E ho inteso la campana della sua messa nera Ho visto la sorgente da cui ha inizio la sua agonia E l’intera ragione dell’inferno.
‘ Al di là delle tombe e al di là delle vette ʼ pensai.
La vita manca terribilmente di qualcosa. Ci si muove, si gira, ed è uguale. Tutto resta là, come non si fosse mai mosso.
Un piccolo buco dentro mai colmato.
Pensai che forse, il tempo, è soltanto la lentezza della nostra coscienza, mentre lei, che sembrava aver compreso i miei pensieri:
“ Un goccio di gioia? Sarà l’ultimo ˮ e il suo sguardo si addolcì di una minerale preziosità.
Il loto e la rosa dormivano il loro sonno e la pavoncella era scomparsa, tra il sorgere di Sirio e il suo tramonto.
I capelli biondi, esili come una foschia dorata, facevano da cornice alla sua indole rara e delicata.
” Sai? Ti ho visto venirmi incontro, mentre la mia mente sembrava una fuga di specchi magici. Ero fuori dalle cose, lo so.
Un eccesso di vivacità e di energia mentale che trova sfogo nella continua attività dell’immaginazione. Così dissero. “
Pensai al confine tra santità e perdizione e che anche lei, al mattino, fosse costretta a fare appello all’oblio perchè le concedesse qualche sprazzo d’identità.
Fissai lo scintillìo del suo sguardo.
” Io mi rendo conto di tutto, capisci? Ma non so che farmene. La mia mente è simile a un ambiente circondato dall’aperto. Ora vedo delle figure attorno a te, sembrano sospese nel cielo. “
Guardai fuori, attraverso le piccole losanghe colorate che a quell’ora assumevano le trasparenze più profonde e dietro alle quali si avvertiva il sorriso mesto del sole.
“ Sai cosa diverrà quel blu profondo e quel rosso rubino? “
” Sì, – risposi – diverranno entrambi sempre più scuri, fin quando il sole non tornerà a raccontare loro una storia, che muta a seconda delle ore, dei giorni, delle stagioni. “
” Come la mia mente, che è attraversata da qualcosa di simile alla luce e, a seconda di quanta ne riceve, crea immagini sempre diverse. “
L’abbracciai e sentii il cuore correre nel suo petto, come fosse stato murato vivo in una prigione, e un lampo involontario di dolcezza rischiarare il suo sguardo: qualcosa di sconosciuto l’aveva visitata.
Un cuore aveva fatto naufragio sulle rive della mia anima.
Si era fatto buio e un frammento di luna illuminò la scena: un petalo di rosa volato via da un libro, un orologio in una stanza vuota.
Mi ritrovai in strada: e mi pioveva negli occhi.
I giardini vengono gettati nell’acqua fredda delle sorgenti, tutta questa falsa coltura oscilla dalla parte della lattuga.
Antonio alzò gli occhi dal libro: cosa ci faceva ancora in quella città? Il parco era silenzioso, abbassò la testa e si rimise a leggere.
Nel ciclo ristretto, favorito dal tempo canicolare, i giardini passano d’un tratto dal verde al secco. La conclusione univoca dell’orticoltura posta sotto il segno di Sirio, consacra la sterilità e l’impotenza dei semi diAdone.
Quale universo simbolico gli era venuto incontro? E che cosa avrebbe determinato?
Alla prima domanda avrebbe potuto rispondere molto dettagliatamente e, proprio per questo, temeva oltremodo la seconda.
Polvere umana, così si presenta il viavai ininterrotto nelle strade del Cairo. Tra una selva di cupole e di minareti, l’occhio rimane abbagliato da un formicolio di fez rossi, turbanti azzurri, verdi, bianchi, di caftà e di kefia multicolori.
L’udito è colpito da un miscuglio stridente di lingue, grida, invocazioni e le severe e gutturali note dell’arabo, antica lingua del deserto, svettano su tutte. I fremiti delle sue consonanti e le sue vocali simili al ruggito di un animale, si rincorrono fra sicomori e mimose gigantesche, mentre ondate di profumo: muschio, sandalo, zenzero, si diffondono ovunque.
Dall’alto di un minareto, la voce stridula di un muezzin, che richiama alla preghiera della sera, si abbatte in quella sorta di formicaio umano e il sole che tramonta indora i musciarabì delle case moresche.
La zona est della città è rimasta la stessa attraverso i secoli: un groviglio di viuzze strette e tortuose, dove non è raro che un veicolo ed un asino si disputino il passaggio.
Come se il nostro stesso andare a tentoni fosse già una strada: come se la sincerità dello sforzo creasse in noi una via.
‘‘ La morte è solo una vecchia abitudine. — mi disse guardando fuori dalla finestra — Avevo degli stivaletti verniciati che erano tutti screpolati e perchè non si vedesse li tingevo. — ora sembrava parlasse unicamente a se stessa. Le sue parole erano più rare del suo sorriso — Si va da una porticina all’altra e di scoperta in scoperta, dove prima non c’erano altro che futili viali e migliaia di passi senza senso. Il tempo interiore è governato dalle emozioni e il tuo si è fermato. Batti e ribatti sullo stesso punto, come se la dimensione del futuro non fosse più e il presente si dilatasse senza alcuna trascendenza possibile. Qualcosa ha reciso la tua strada e ha fatto di te una malinconica monade isolata, immersa in un tempo sospeso, senza futuro e con un passato irrigidito da una carezza raggelante. ˮ
Mi vennero in mente le husserliane intuizioni eidetiche che ‘‘ ci consentono di cogliere le strutture di significato oggettivamente costitutive di ogni bla bla bla… ˮ Una malinconia fredda e glaciale, arida e artificiale. Riemersi dai miei opachi Sargassi mentali. Lei stava ancora parlando.
“ Sento continuamente come delle grandi onde musicali. Basta che mi ritragga un po’ ed ecco: sento. Non sono suoni, ma è musica. Non so come posso fare per aiutarti, ma ti manderò della musica. ˮ
“ Ho nella mente uno sguardo — mi sentii dire — è come fosse al di sopra della mia testa e occupasse per intero il sahasradala. ˮ
“ La prima volta che ho ascoltato il concerto in re maggiore di Beethoven, fin dalle prime note del violino è stato come se tutto d’un tratto la mia testa si aprisse e sono stata proiettata nello splendore. Oh… era stupendo! Ti manderò anche quello. ˮ
La guardai. Usava ancora il rossetto, sua unica frivolezza.
“ È il tuo cuore che vuol salire lassù, — continuò voltandosi verso di me e descrivendo un cerchio in aria con un dito — vuol raggiungere quello sguardo che vede attraverso l’apertura. Quando le cose giungono da quella regione, si traducono in stati d’animo e ciò non appartiene a nessuna lingua e a nessuna idea, è soltanto l’impronta esatta di ciò che accade. Ricorda: si va incontro soltanto a se stessi, anche se spesso questi è un altro sguardo. ˮ
Sarà forse un’altra terra. Un’altra storia. Un’altra gravitazione sotto le stelle. Il nostro vero paese: infine.
Amo misurare il tempo attraverso le notti e non attraverso i giorni, poiché la notte è della sostanza stessa del tempo: stridore di denti e agitazione disordinata di larve. Mentre l’incessante rinvio dei miraggi frantuma le forme, liquefa lo spazio e inghiotte lo sguardo, guardato ora da infiniti occhi che si accendono nel ventre stesso dell’oscurità, con i gomiti puntati alle ginocchia, ascolto.
Una voce sbuca all’improvviso da un paesaggio diverso e porta con sè una primitiva originalità di uno stato umorale caldo, intimo: diluito dal desiderio che lo interpreta, diviene una carezza gelida come un destino. Le foglie degli alberi sono immobilizzate dal chiaro di luna e io frugo nella cavità delle tenebre, in quella depressione della superficie esistenziale, focolaio di ambivalenze. Ascolto.
‘‘ Inverti il valore affettivo che attribuisci ai volti del tempo e cerca nel seno della notte stessa. ’’
In quella drammatica epifania del tempo, il sorriso affacciato sul vuoto, un’acqua stinfalica monta silenziosa come un’onda di marea; la sento avvicinarsi pian piano, parlarmi per strane vie e aderire per via immediata ad un’altra acqua: la stessa che è in me.
Le foglie verdi avvizziscono di dolore e gli alberi sembrano ora di vetro. Una donna, in lontananza, arrotola la sua vita su una lacrima, mentre io me ne torno a letto: gli occhiali al soffitto.