LA PROVINCIA PEDAGOGICA

Un viandante arruolato nella Provincia Pedagogica… tra i rinuncianti

Mese: novembre, 2011

MADAME

La Madre era inquieta: tornò sui suoi passi e si sedette di fronte a me.

“ Quel puro sguardo improvviso, fatto di niente. Un grido che strappa via tutta questa scenografia, strazia il cuore e fa a pezzi questi milioni di futilità; uno spalancarsi improvviso su un formidabile vuoto, uno sguardo che guarda sé stesso, come un buco così doloroso da essere quasi potente, che è forse il primo balbettio di un essere senza parole, senza pensiero, senza niente che sappia né che capisca. Il proprio grido dentro: come se fosse il solo ricordo. Non esiste menzogna, né errore, ma semplicemente una verità che cresce secondo i propri mezzi. ’’

“ Tutto è visto come per l’eternità — dissi io — un colore del cielo, una fossa di scolo, un viso. 
Perché è la stessa cosa che guarda, che esplode dappertutto, che vibra senza inizio né fine. ˮ

“ Ta-Ta-Ta… — disse lei battendo le mani — ricordi quei monaci di cui ti parlavo?
Con lo sguardo voltato a sinistra cercavano di prendersi alle spalle e immobili ruotavano, ruotavano. ˮ

“ Certo che ricordo Madre. Io ho visto un altro sguardo voltato a sinistra e l’ho amato. Poi è scomparso. ˮ

“ Non è scomparso, è lì, dentro di te ed è in buone mani: anche se non lo sa. ˮ  


Mi guardò e i suoi occhi erano così chiari che sembrava fossero stati incollati al viso.
 Lentamente aderivo sempre di più a quell’oltranza inattingibile, fin quando non avvertii la netta sensazione di trovarmi di fronte a uno specchio e l’immagine di lei fluire lentamente dentro di me, come se entrambi, indistinguibili, fossimo contenuti in una pausa.
Un’ombra, frattanto, si era allungata fino a sommergere la scena e lei, abbassando il capo, si alzò lo scialle nero sopra la testa.

“ Ho visto un sasso e una manina distratta. — la sua voce era appena un sussurro — Una piccola forma sotto una doppia corona egizia.
 Ho visto uno sguardo aprirsi una volta, due volte, e poi ebbe sete di aprirsi sempre di più.
 In un Tempo o senza Tempo, nelle strade e nelle mille miserie che passano. Cresceva di vita in vita, come una vibrazione che si precisa, una forza che si raccoglie, come fosse stata la sola cosa a non fuggir via nella grande disfatta dei corpi.
Ricorda: quando una verità viene presa, è già quasi una menzogna.ˮ

Rialzò il capo e mi fissò.
Furono le sue ultime parole, quel giorno.

aškāl

” Denso come pietra, fisso come un colle o come statua, 
il vasto mio corpo prova e porta il peso del mondo.


Terribile, la divina enorme discesa irrompe in membra mortali. 
Il mondo intero si tramuta in semplice unità. “

La verità prende tutto tra le sue braccia, perchè tutto è la verità 
in marcia verso se stessa.

E tu porterai ogni cosa perchè ogni cosa muti.

” anche la morte “ aggiunse lei

Il soffio delicato della prossimità s’è levato: ammaliandomi

L’AQUILA E LA RANA

Nella  storia di una vita ci sono momenti che paiono la prova generale di un certo quadro evolutivo dell’avvenire. Segni, ostacoli, forze, ma anche una spinta centrale, una leva insospettabile. Questa ‘‘ nota dominante ’’ fa sì che tutto giunga a un punto omogeneo e questa strada ( non una  Via  ) si innalzi sopra gli umani affanni, che appaiono ora falsi, irreali, arbitrari.

‘‘ Le cose si ribellano ad una lettura piccina e quelle che non ce la fanno a ribellarsi deperiscono. Alcune scompaiono. Ma non vale la pena parlare di questo, non è vero? ’’

‘‘ No, non vale a pena. Sarebbe come scambiare la visione dell’aquila con quella di una rana.’’

‘‘ Non sarebbe più adatta all’aquila una Via e alla rana una strada? ’’

‘‘ Basta aspettare che i meccanismi mentali si distraggano un istante e, come passare indenni attraverso le Simplegadi, ci si troverà in un altrove, attraversando il punto esatto dove la trama ha ceduto: e la strada sarà il regno dell’aquila.’’

‘‘ La Mente e Il Vitale mandati a spasso
per lasciare il fisico solo
coi suoi mezzi ’’
Una nota quasi illeggibile, scarabocchiata a matita. Altri tempi.

‘‘ Parlami ancora di te.’’

‘‘ C’è poco o nulla da  dire, per chi ha occhi forse qualcosa da vedere. Ma la vita è troppo spesso importuna e fa scempio dell’incompiutezza: traducendola in storia. ’’

 

LA BESTIA

Una fantasia asfittica, qualche estasi pericolosa.
 Si sta qui a far correre il sangue avanti e indietro, mentre un organetto suona il suo motivo.

‘‘ L’azione si svolge altrove… non lo hai ancora capito? ’’

‘‘ Tutto quello che so è che ho visto il sentiero bianco che nasce dal cuore, una casa che si erge sugli scogli in mezzo a un mare calmo e le onde che vanno a leccare il suo giardino. — una nevralgia dell’anima cresce, inghiotte tutto, riempie ogni anfratto del suo fuoco, di un niente: di qualcosa infine — sono solo deformazioni, falsificazioni, strumenti di cauta conquista di una verità che non potremmo inghiottire in un colpo solo. ’’

‘‘ Non parlare, non cercare di spiegarmi e soprattutto non disturbiamo questo chiaro di luna tra gli alberi, i significati ci fissano da ogni parte come fantasmi. ’’

‘‘ Sai… il disincanto ha preso il posto dei giorni  e le parole hanno deposto il loro peso a terra e sono fuggite via.
 Hai mai pensato che i pazzi non si incontrano mai con la loro tristezza? ’’

‘‘ L’ho sentito dire, ma non ricordo più da chi. ’’

‘‘ E’ tempo di andare, o correremo il rischio che il terreno si annoi sotto i nostri piedi. — si splende in una vetta d’essere, si vede, si sa ed è tutto perfetto. Sempre la vecchia bestia che cammina, che soffia, che sbatte di qua e di là: che stride. — bisogna aprire una breccia nel vecchio muro. Ma non sommando le nostre virtù, che quelle, semmai, solidificano soltanto la vecchia sufficienza. ’’

‘‘ Non pensarci e rimaniamo su questo incessante finire e, d’altra parte, la nostra esistenza è quale l’ha tessuta in noi l’oblio. Come lo sdrucciolevole tessuto di un  sogno, non garantisce un senso univoco: le immagini sono sempre sul punto di scivolare via.
Buona notte. ’’

Mentre il vagabondo suonava in sordina

Un viaggiatore un pò smemorato, con una storia che forse non comincia lì, nè lì finisce. Come un abbaino sbuca improvviso da un tetto, vengono a galla scenari inconsueti:

 inseguiti da un io che più non ricordiamo, sospinti da uno spirito che ancora non siamo, col dolore di un petto che più non respira.

Là fuori tutto è prevedibile, più vuoto del retro di uno spazio.
Percorro il mio viso e mi raccolgo nell’ultimo asilo.
La mia urgenza è sfuggire alla misura. Basta che salga di mezzo grado l’inclinazione della volontà: senza peso.