LA PROVINCIA PEDAGOGICA

Un viandante arruolato nella Provincia Pedagogica… tra i rinuncianti

Mese: gennaio, 2012

Alle parole pazienti e salvatrici

La morte muove segretamente la poesia:
e la speranza.

Cerca l’immortalità nella presenza di un fiore,
in un gesto sospeso,
in una povertà decisiva,
poichè nella purezza di un cuore non è possibile
aggirare l’oscuro.

La porta era aperta, come sempre.
Entrai e la trovai che armeggiava in cucina.

Capiti giusto a proposito! “

Guardai quei lunghi capelli rosso-bruno,
che più tardi sarebbero diventati stranamente ambrati.

Ricordi la domanda che mi hai fatto l’ultima volta
a proposito dell’esistenza delle cose in sè? “

Sì, e ricordo anche il tuo silenzio. “

Già! – disse mostrandomi qualcosa avvolto in un panno –
Non potevo risponderti, perchè, è proprio
il caso di dirlo,
mi mancavano gli ingredienti. ”
E sorrise come chi sta per farla grossa.

” Ora posso farlo molto meglio che con le parole. “

E dicendo questo trasse dal panno
una massa informe di pasta.

E’ una pasta per dolci. E ora gli strumenti adatti. “

Trasse da un cassetto degli stampini metallici e me li mostrò.

Ne ho di tutte le forme, guarda!
Questo perfettamente rotondo potremmo chiamarlo Scientifico!
Mentre questo, a forma di stella, Artistico!
Questo sembra abbia i petali di un fiore,
lo chiamerò: Naturale. “

Non riuscivo a capire, anche se avevo imparato che lei non parlava mai
senza un motivo ben preciso.
La mia attenzione era al massimo.

” Osserva bene cosa faccio ora. “

E, così dicendo, cominciò a premere lo stampino rotondo
sulla pasta,
traendone un piccolo dolce dalla rotondità perfetta.
Fu poi la volta dello stampino Artistico,
e anche qui lo stesso piccolo dolce, ma a forma di stella.

Ecco – disse soddisfatta – può bastare. Come vedi, possiamo
scegliere la forma che più ci piace.

Il mio sguardo era attratto, più che dai piccoli dolci, dai residui di pasta.
Se ne stavano lì come feriti a morte.
Un piccolo pezzo era rimasto isolato dal resto,
vittima del taglio.
C’era di che avere pietà di lui.

ora, riprese lei con gli occhi che le brillavano,
se li mettiamo in forno,
potremmo poi mangiarli.
E sarebbero senz’altro buoni e dell’esatto gusto che ci aspettiamo.
E, proprio per questo, noi li butteremo qui. “

E così dicendo li buttò nella spazzatura.

Mi guardò per vedere se avevo compreso e, visto che osservavo il suo stesso silenzio di allora,
trasse fuori del vino e due bicchieri.

Brindiamo! – disse – A tutti i palazzi di questo mondo,
per l’accoglienza che fanno alla notte;
all’ontologica tensione tra l’oscurità del nostro stato mortale e la tenace
volontà di indagarne il senso;
e infine a te, che vorresti cancellare la storia per la sollecitudine di un assoluto. “

Osservai ancora i suoi capelli, sotto il grande nastro a fiocco che li
imprigionava.
E la guardai prendere il panno
e distenderlo pietosamente sopra i resti di pasta per dolci.

Nella luce si coagula il mistero,
misura immutabile del tempo.

L’alam al mithal è lontano, inaccessibile alla ragione:
” ibrida disarmonia di pianta e spettro “

” A una poesia desiderata, di pioggia, d’attesa e di vento.
A uno spirito di veglia e alle teologie negative:
all’improbabile ”

DISQUIETING IMAGERY

Sta come un marmo fisso, e pur considera lei che sen va
nè pensa di sue pene, fra sé lodando il dolce
andar celeste e ‘l ventilar della sua veste

E’ ancora notte.
Trasportato da una brezza immaginaria,
varco la soglia.
Nel sacro omphalos
la filigrana dei significati si allenta
e lascia emergere
allusioni a dimensioni più profonde,
segni di eventi non descritti,
preannuncio di accadimenti futuri.

Con passo lento e cadenzato,
il cappuccio calato sugli occhi,
mi dirigo verso la stele multimammia,
dove intorno si rende chiaro
l’imprecisato
punto lontano.

Ogni alba mi guarda,
ed è sempre nuova luce.
Io mantengo il suo segreto
e tra poco
i bambini le giocheranno intorno,
mentre una madre,
ignara e attenta,
poggerà sulla sua testa il braccio.

Le indirizzo un cenno
andando oltre,
ma è verso il suo stesso grembo che io dirigo i miei passi.
Lei mi sorride e sembra dire:
” ti aspetto alla fine del cerchio “.

Continuo a camminare, mentre la luce, inesorabile,
invade tutto.

Ed è il giusto tempo quando arrivo
al grande platano bianco
e alle spalle di lei,
intenta a bere alla fontana del sole.
La sua veste tiene stretto ancora qualche brandello di notte,
e lei, fiera,
trasforma il regno di ciò che scompare
in un luogo di luce.

Un tempo ti ho vista apparire
in altre vesti.
Col tuo incedere vivace e leggero correvi sul suolo,
o forse volavi:
antichità del modello e vitalità del gesto
erano insieme.
Mi spinsi a seguirti attraverso tutte le sfere,
come tu fossi un’alata Idea.
Ma, come la più bella farfalla che credevo di aver catturato,
rompesti il vetro e beffarda
te ne volasti via.

L’aggraziata, celeste ninfa,
mi si era avvicinata svelta e lietamente festosa
e, non appena l’amorosa
figura
cadde attraverso gli occhi
nel mio intimo,
la tenace memoria si ridestò
e scuotendo il cuore
vi penetrò,
presentandogli e offrendogli quell’immagine
che ne ha fatto
un luogo pieno di affanni,
una faretra stipata delle sue pungenti saette,
un intimo asilo
a custodia del suo dolce
simulacro.

DONO

Notte.
Le finestre come occhi chiusi e i fiori sui davanzali come ciglia abbassate:
metto in scena la sua ombra per seguire il suo sguardo.
Che si spegne come un vetro dipinto
all’imbrunire di una chiesa.

Aspetto:
ogni cosa deve restare immobile, come fosse irrimediabilmente sola.

Come foglie che cadono,
il suo respiro sul mio viso come ad appannare uno specchio
E la sua voce:
” Cosa differenzia un amore da un amore? “

” il dono ” rispondo alla sua bocca.

eine Schmerzmanäde

La sera cade sui visi consunti dall’allegria.

Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni,
Gli aranci dorati rilucono tra le foglie scure,
Una mite brezza spira dal cielo azzurro,
Il mirto immoto resta e alto si erge l’alloro,
La conosci tu forse?
Laggiù, laggiù
Con te, amore mio, io vorrei andare.

Conosci tu la casa? Il tetto riposa su alte colonne,
Risplende la sala, la stanza riluce,
E si ergono statue di marmo che mi guardano:
Che cosa ti hanno fatto povera bambina?
La conosci tu forse?
Laggiù, laggiù
Con te, mio difensore, io vorrei andare.

Conosci tu la montagna e il suo sentiero fra le nuvole ?
Il mulo cerca il suo cammino nella nebbia;
Nelle grotte vive la stirpe antica dei draghi;
Si sgretola la rupe e su di essa si chiudono i flutti,
La conosci tu, forse ?
Laggiù, laggiù
E’ il nostro cammino; andiamo, padre mio!


Lei mi porta in fondo e mostra: un volto bifronte, una statua di sale e una vecchia megera.
Ripenso a quando, travestita, scendeva le scale.
O quando, il corpo e la testa piegati all’indietro, danzava la sua gioia frenetica così simile ad un’eccitazione dolorosa, che permise a Bertoldo di trasformare la menade in una Maddalena piangente sotto la croce.
Poiché è certamente vero che gli estremi di passioni contrarie possono essere espressi dalla medesima azione.

Le sue labbra rosse e la capigliatura triste,
intrisa del sangue del suo caro amico,
coprivano il volto del vecchio arpista che intanto suonava piano.
Ora sul suo viso di tenebra
le visioni si affollano
e nel suo sguardo svuotato la storia si compie:

Sulle due colline del paese delle fate, si ferma quieta la rugiada.
Nel fremito incostante della brezza d’estate,
la fanciulla si distende e subito si assopisce.
Il fermaglio scivola dai suoi lunghi capelli e i lacci del suo corsetto rosa
si sciolgono sotto la cintura.
In quel ruscello magico, la corrente sembra addormentarsi
e a quella vista l’uomo si ferma indeciso,
turbato se andare,
anche se più sconveniente sarebbe restare.


Lo stesso deserto, la stessa notte, sempre gli occhi si destano
alla sua stella d’argento.
Ora scappa nella sua nuova veste: come fosse acqua,
come fosse tempo.

Cercava sempre di cancellare il rossetto dalle labbra
e,
nell’ingenuità del suo zelo,
credeva che il rossore prodotto dallo strofinio
fosse il rossetto più persistente.

La sua agonia non fu dissimile dalla pantomima di una danzatrice.

WUNDERKAMMER

La Regina Fiorina partì alla ricerca del suo bel Re.
Giunta su una montagna scoscesa,
prodigiosamente alta,
si accorse stupefatta che un versante
era di avorio
e l’altro di vetro.

Tutta la vallata altro non era che un gigantesco
specchio di cristallo
e moltissime donne, lì intorno,
erano intente a rimirarsi con grande diletto.

Ciascuna vi si vedeva riflessa secondo il suo desiderio:
quella con i capelli rossi vi appariva bionda;
la vecchia appariva giovane
e la giovane ancor più giovane.

 Accorrevano a specchiarsi da ogni parte del mondo
e certo non mancavano gli uomini
a rimirar quei simulacri.

Fiorina, turbata da tutta quella scena,
sulle prime voleva anche lei
specchiarsi ed apparir più bella,
poi,
socchiusi gli occhi,
mise una mano nella tasca
e ne trasse il suo uovo magico,
lo ruppe e da quello uscirono due colombe e un carro
che la condussero lontano,
verso il suo amato.

” Non voglio che lui mi veda lì riflessa. – disse a se stessa – Voglio che ami me e non un miraggio. “

I demoni, che recano con sè lo specchio convesso,
obbligano l’anima a farsi il ritratto.
Ripenso alle parole del vecchio Vimalakirti:

tutte le cose sono uscite dall’immaginazione, come la luna nell’acqua e il riflesso nello specchio

Lo osservo faccia a faccia, figura emessa da figura.
So che è un oggetto pericoloso,
gioca con la nostra anima e va usato con prudenza,
ma la prudenza, si sa:

tiene in mano un serpente e uno specchio.