Una piccola parte

di robertomeister

È l’alba e l’incedere del sole attraverso la vetrata dipinta, come una marea crescente inizia a raccontare una storia:

che ha inizio sotto un cielo spento, ai piedi di un cedro d’argento dai vasti rami.

Lì, un giovane dai lunghi capelli biondi e dall’aspetto delicato, giace immerso in un tappeto di anemoni rossi.

Un diafano panneggio, custode delle sue forme, pare avvolgere tra le sue pieghe un corpo immaginario.

Grazie all’uso sapiente del giallo d’argento,

il colore dorato dei  capelli scende lentamente verso il chiarore del viso,

dove l’azzurro intenso degli occhi testimonia della perizia del pittore nel simulare due gemme.

Lo spazio, pian piano, si accende di pittura radiosa,

i rami dell’albero sembrano fremere sotto l’incalzare della luce cangiante e il brillare mutevole e imprevedibile del vetro rosso doublé,

dà vita a

vibrazioni cromatiche, scintillii:

e sembra che i fiori bisbiglino tra di loro.

È forse un sorriso più dolce e prolungato del sole a spingere il giovane a sollevarsi e a emergere ora contro la parete buia,

avanzando sospeso nel vuoto, lo sfondo azzurrino dello zaffiro greco a fargli da cielo.

Lo splendore dei blu e dei rossi ha lasciato intanto il posto al verde cupo di un bosco,

dove il giovane si inoltra come chi varchi il portale di una chiesa.

Le nubi, diradando, lasciano che il sole lo aiuti nel suo cammino disegnando un sentiero,

i fiori d’acanto sembrano inchinarsi alla luce e lui la segue come fosse una via.

Vi è un silenzio sovrano che spesso accompagna la poesia.

Andiamo con lui, insieme a quel giovane uomo e alla sua eterna ricerca;

per il quale ogni passo è un lacerarsi di veli,

il frammento di un ricordo, un’intimità ardente e terribile,

che lo porta ora, in quella piccola losanga di vetro, a socchiudere gli occhi e portarsi una mano sul viso.

L’azzurro del cielo lo attende all’uscita del bosco.

Lui, seduto su una pietra umida di rugiada, si guarda intorno ed esita,

ignaro di come le immagini si lascino docilmente penetrare dalla luce e, vinte dal suo fascino, si arrendano pian piano

all’incedere maestoso del giorno.

Ed è sotto una volta blu cobalto che lo ritroviamo,

nella sua immobile giovinezza, immerso nell’acqua fino alla vita come a raffreddarsi l’anima,

lo sguardo pensoso e altero a guardarsi dentro, come se la memoria potesse dissetare l’arsura.

Scende la sera e appare una stella.

In mezzo a uno spazioso cortile circondato da chiostri, si erge un alto e massiccio cono nero.

Una scala a spirale lo avvolge, per poi sparire aldilà del suo vertice.

È incontro a quel versante invisibile che il giovane si dirige, come in preda a un incantesimo.

Che sembra diffondersi tutt’intorno: vetri incolori, tenuemente dipinti a grisaille, prendono il posto del ‟ verre de fougère ”;

un’arte povera e priva di sfarzo succede ai cromatismi violenti e il corpo del giovane appare ora traslucido,

tanto da sembrare dipinto con la luce stessa.

Di spalle, mentre sale i gradini, indoviniamo lo sguardo attonito oscillare tra terra e cielo e la sua anima anelare alla stasi.

Ad ogni passo la superficie vitrea diviene sempre più chiara, la figura di lui trasparente e il sole sembra rallentare la sua ascesa,

donando un tempo misericordioso a quell’immagine che si muove ora così lentamente, da sembrare fissa alla percezione dell’occhio.

In spalla un’antica domanda, sale leggero in grembo alla luce.

Una luce che più non sintetizza bensì dissolve e, nel dissolvere, emigra scalando, gradino dopo gradino,

fin quando, compiuto l’ultimo passo, non si rapprende nell’armonia di una visione.

Antonio si svegliò, ma della storia non era rimasto che un mosaico inerte di vetri e piombi.