LA PROVINCIA PEDAGOGICA

Un viandante arruolato nella Provincia Pedagogica… tra i rinuncianti

Phantasia

 

Una lunga vita sulle spalle,
il vecchio andava.
Il suo sguardo, attonito, oscillava tra terra e cielo
e la sua anima dischiusa
a conoscere e passare.

Tra umane estremità si svolgeva il suo viaggio
e i passi sulla sabbia simili a un groviglio doloroso.
Nessuna impronta che potesse guidarlo,
né pista battuta:
la luce del deserto lo investiva e sconcertava.

‘ Cos’è questo stato, messaggero di spavento? ­‑ chiese a se stesso ‑
che sia quello che gli antichi chiamavano Phantasma,
nel quale l’occhio dell’anima non ha ben messo a fuoco la visione? ’

E intanto andava alto e fiero,
poiché sapeva bene che il timore è il principio di ogni sapienza
e quanto l’oltrepassare una fatica induca ad altre.
Il ritmico andare aveva perso il sapere di sé
ed era in armonia col mondo.
Come la sua mente,
occupata in quel momento da un pensiero:
non aveva mai conosciuto suo padre.

Andava, lo sguardo fisso su quell’immenso orizzonte di sabbia e cielo,
di colui che aspetta che qualcosa torni.
E qualcosa tornò,
simile allo svuotarsi di uno slancio vitale:
il ricordo di un uomo, chino,
intento alla cura delle sue piante malate.

Socchiuse gli occhi,
nell’estremo tentativo di promuovere la scena.
Forse l’uomo, alzandosi, gli avrebbe mostrato il volto:
nulla, nonostante riandasse a quell’immagine più volte per suscitarne il seguito,
così come si fa per i sogni.

Sulla sua pelle l’energia di quell’assenza:
simile alla potenza scenica del vuoto.

La luce era divenuta ormai sostanza,
quando si trovò, improvvisamente,
immerso nell’ombra lunga di un’alta sagoma.
Dovette stropicciarsi più volte gli occhi
prima di riuscire a vedere ciò che aveva davanti:
un’alta porta, tutta d’oro,
sembrava emergere dalla sabbia.

Quale furore aveva edificato  quell’eccezionale artificio?
Cercò di aguzzare la vista affaticata per osservare meglio.
Al centro, all’altezza del suo viso,
vide una sottile cornice ovale
e all’interno, finemente incisa,
una corona di foglie avvizzite
con al centro un fiore,
anch’egli cadente.

” E’ un acònito. ”
disse piano e una voce rispose:
” Morirà del suo stesso veleno,
a meno che un vecchio, dalla barba bianca,
non poggi la sua fronte su di essa.
Ma allora sarà lui a morire.
Così narra la leggenda. “

Il vecchio, sgomento,
si voltò verso quella voce,
come l’avesse riconosciuta.
Poco distante da lui,
un giovane ragazzo andava nella direzione opposta,
quella da cui lui era venuto.

” Aspetta, fermati! ”
” Nulla può davvero fermarsi ‑ rispose il ragazzo ‑
e io sono diretto alla fonte di acqua arferia.
Ne berrò in tuo onore. “

A quelle parole il vecchio comprese e,
gettando un ultimo sguardo
a quella figura che si allontanava,
tornò a fissare l’ovale.

La piccola piantina sembrava ormai allo stremo.
E lui, alzando gli occhi al cielo,
lentamente si avvicinò a quell’immagine estenuata
e un sorriso dolce gli attraversava lo sguardo.

Karagöz

x

E si va:
come attraverso l’umor bianco degli occhi.
Sottile, traslucido come lenzuola di rugiada.
Un incanto sottile avvolgeva il suo corpo come una seconda pelle
e mi parlava di una speciale capienza del cuore.

Ricordo la notte in cui avvenne l’incontro
e la tomba sormontata da rose,
la lucciola che mi avvicinò e le parole al mio orecchio:
” ti faccio luce ” – disse.

Un cuore disertato girò in tondo,
alla ricerca di un cerchio di ferro e a volte d’oro. “

A queste parole, scolpite, le mie braccia si abbandonarono inerti.

In fretta o lentamente viene,
torna in forme nuove e su languide note,
portate dal vento che attraverso le foglie geme.
Al chiaro di luna,
sulla riva del mare di nessun paese,
ogni cosa assume forme incerte
e corre via e torna il tempo:
quando tutto questo mi faceva sognare
e la scena, come ora, era disadorna:
incurante dell’abitudine.

D’azzurro taciturno

gh244

Di rado esce,
come un selvaggio nella sua tana.
Una logica mediocre fa di ciò che resta una grande famiglia.

Ingrate verso un creatore inesistente,
nozioni emanano da mammelle feconde.
Ma lui sta lì,
incurante dell’esistenza
e fissato come radice al pezzo di terra che segue.

Accovacciato nella sua tana
come un vecchio oceano dalle acque amare,
ascolta il rumore melanconico dell’onda che fonde,
e osserva un uccello di passaggio fermarsi invano sulla sua cresta.
Verrà prima la morte del riposo.

Anche loro muoiono, le onde, una dietro l’altra.
Monotone come le verità che transitano attorno ad uno spazio
indeterminato e ossessivo,
come i possibili stipati in un nome.

Nell’economia dei segni:
un’astrazione,
un vicolo del cuore,
un’enigmatica laconicità.

Ti saluto vecchio,
mediazione del poeta.
E ti giro in tondo,
ché lo sguardo non può abbracciarti d’un colpo solo.

Puoi ancora,
se ti piace compararti alla vendetta di un dio,
armare le tue unghie livide
e aprirti un cammino nel tuo stesso seno:
attraverso un rimorso immenso che io non so dire.

?

?

I lati della bocca:
una lama molto affilata taglia le carni.
Segni astratti quanto le parole.

Labbra deturpate da una volontà radicale,
come l’insolenza della gioventù.

Dalle due ferite il sangue cola beffardo
sul sorriso di un altro.

In fondo,
l’ultima parola non è mai la nostra e il senso:

sempre affidato ad altri.

 

Enantiodromia

I believe it is an image in light of the other ( Gary Hill )

La parola ci situa nel mondo e presume.
L’universo della significazione presume sempre troppo di sé.
Le cose:
e sotto, celato, traspare il voler fare di queste
qualcosa d’altro.

” E’ un discorso complesso, che viene da lontano! “

Un occhio al consenso,
la seduzione di un’attenuante a mascherare un discorso
su di noi,
attorno a noi:
dentro.

Lungo la strada della ragione un mondo ci piega a sé.

” Guarda, un’eccedenza! Si potrebbe toccarla con mano!
Un’intimità calda, umorale… “

Il pudore nasce spontaneo dalla delicatezza
e fa corpo con il convincimento di una drammaticità.

” Prendi quella pietra e mettila sopra la complessità! “

Forma, contenuto.
Ed entra in scena la comunicazione.

A dare voce a qualcosa di non figurabile,
ad una matrice potenziale;
a quel nulla in cui precipitano i fondamenti noti della coscienza;
ai caduti in oblio e agli esclusi dal verbo:
ai sogni.

Il tedesco, sulla torre, lo definiva un
” nulla positivo “:
Era l’undici Settembre 1807.

Ancora lì.
In quella nebulosa psichica,
preda della vendetta di determinazioni contrarie.

Alla perenne ricerca di una costellazione che ecceda il conflitto
e che salvi dalla regressione decostruttiva,
dall’insonnia delle idee.

Perchè la pesantezza è altrettanto preziosa della leggerezza.
Che ci consente l’immaginazione del nuovo:
il rammemorare.